jueves, 20 de febrero de 2014

Blogfoolk: review of Aziza Brahim's new album 'Soutak'.

"The music is not only an artistic expression, but also a megaphone for the cause, narrating the drama of the people discriminated and without the state ... The voice of the people that we must listen to!"

Chissà se tra le giovani sahraoui incontrate a metà degli anni ’90 durante un mio viaggio a Cuba, sulla spiaggia di Bibijagua dalla meravigliosa arena negra, nell’Isla de la Juventud, c’era anche Aziza Brahim. Sicuramente l’artista nata in un campo profughi in Algeria nel 1976 nei pressi di Tindouf (un anno dopo l’occupazione marocchina dei territori dell’ex possedimento spagnolo), all’epoca studentessa nell’isola caraibica, con le sue connazionali condivideva fierezza e dignità, senso di appartenenza ad un popolo in lotta, consapevolezza visionaria di studiare nell’isola internazionalista non per ambizione personale ma per il futuro del Western Sahara, ancora oggi reclamante un’indipendenza che è negata, nonostante le risoluzioni dell’ONU. Dal 2000 Aziza vive a Barcellona, mentre la sua famiglia è ancora in un campo di rifugiati nel deserto algerino. La musica, che ha vissuto intensamente sin da piccola nelle riunioni familiari, oggi è diventata espressione artistica ma anche megafono per la rivendicazione, che è al contempo politica e identitaria, per narrare il dramma di un popolo discriminato e senza stato. Negli anni in terra spagnola Aziza partecipa a diversi progetti, tra i quali quello con la band basca di txalaparta Nomadak TX, è attrice e compositrice nel film “Wilaya” (2011), incide l’ EP “Mi Canto” (2008) e l’album “Mabruk” (2012, Reaktion) con il suo gruppo Gulili Mankoo.

 Chi già conosce la voce autorevole di Mariam Hassan, apprezzerà anche questa cantante e autrice che con “Soutak” (significa “La tua voce”) si erge ad interprete dei sentimenti del suo popolo, ma con una musicalità che lascia da parte il profilo rock dell’album precedente, imprimendo al lavoro un suono acustico a misura della sua voce robusta, che è il cuore del disco. Con un quartetto di musicisti composto dall’ispano-argentino Nico Roca (percussioni), il catalano Guillem Aguilar (basso), il maliano Kalilou Sangare (chitarra acustica), sua sorella Badra Abdallahe (cori), Aziza (voce, chitarra ritmica e tabal), sotto l’egida del Dirtmusic Chris Eckman (già produttore dei Tamikrest) ha registrato le nove tracce del suo nuovo CD in presa diretta nella città catalana. “Soutak” si apre ad influenze maliane, spagnole e latinoamericane; la poetica dell’artista riflette la malinconia e la frustrazione ma anche la resilienza, le aspirazioni e i sogni di un popolo dimenticato dai grandi della Terra. Musicalmente, il disco mette insieme le esperienze artistiche della Brahim, con le influenze della sua vita artistica, i modelli canori, come le grandi vocalist mauritane Dimi Mint Abba (scomparsa nel 2011) e Malouma, il chitarrismo di Ali Farka Toure.

Apre il disco la potente “Gdeim Izik”, canto di denuncia per la distruzione del cosiddetto “campo della dignità” nei pressi dell’oasi di Lemseid: una grande mobilitazione di protesta del popolo sahraoui contro la discriminazione in ambito lavorativo e lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale repressa dall’esercito e dalla polizia marocchina; “Julad” è una canzone dedicata a sua madre che incarna simbolicamente la resistenza delle donne sahraoui (“Sei l’essenza della mia vita e la sua forza/ Sei l’orgoglio nelle mie parole che travalica le frontiere/ Resisti, immortale, resisti[…] Sei esempio di umanità e lotta”. […]). Chitarre, basso e percussioni accompagnano i tempi lenti di “Espejismos”, cantata in spagnolo. La voce si erge fiera in “Lagi”, un lamento per la vita trascorsa in una haimas, la tenda dei profughi. Il timbro secco del grande tamburo tradizionale tabal, strumento tipicamente femminile, sostiene la voce nella magnifica spirituale “Aradana”. Personale e politico si fondono nelle calde note di “Soutak”, in cui ritorniamo nell’alveo della canzone dalle sobrie coloriture pop, spagnole e nord maliane. Ne “La palabra” gli ipnotici profili melodici chitarristici del deserto si fanno più insistenti, punteggiando il canto, mentre le liriche sono pervase da un senso di nostalgia. Invece, tinte flamenco ammantano “Manos Enemigas”. Canto alla terra e aneliti di libertà in “Ya Watani” (“Guarda questi occhi innocenti che scrutano il cielo desiderando di raggiungere l’orizzonte dell’oceano […] Voglio vivere e danzare con tranquillità” […] ), brano che dà ampio spazio all’ugola di Aziza. La voce di un popolo da ascoltare! 

Ciro De Rosa
Blogfoolk

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